Cult: Donnie Darko
La grande sorpresa: un film del 2001, triste e indipendente, che affonda il coltello nei 28 giorni che ci separano dalla fine del mondo, fa felice il botteghino.
Forse e’ solo un sogno, dentro un mondo tristissimo, come
ci spiegano i Tears for Tears nell’ultima scena del film: “It’s
a sad world and the dreams in which I’m dying are the best I’ve
ever had”. Ma non c’e’ niente di glorioso e di glamour nella
scurissima rivisitazione dell’America degli anni ’80 che ci mostra
“Donnie Darko”, opera prima di Richard Kelly, giovanotto
della Virginia che lo ha girato nel 2000 a 25 anni, un anno prima delle Twin
Towers.
Non c’e’ niente di glorioso, e’ vero, ma e’
un film che, assieme a “Spiderman 2” di Sam Raimi (ma scritto da
Michael Chabon) e a “The Village” di M. Night Shamalyan ci racconta
forse meglio di Michael Moore quello che e’ accaduto all’America
in questi ultimi anni e quello che tutti stiamo vivendo indirizzandosi a una
generazione, quella dei sedici-diciassettenni, che potrebbe finalmente “aprire
il cielo” e fare delle scelte.
Non e’ piu’ tempo di favole horror-politiche alla
Romero-Carpenter, e’ tempo di affondare il coltello dentro il cuore della
famiglia e della societa’ americana, di scuotere violentemente una gioventu’
visibilmente malata (l’eroina di “The Village” e’ cieca,
Donnie Darko schizofrenico) che vuole capire, abbattere e ricostruire le sue
fondamenta mitologiche.
Siano queste fatte da superoi, da puri elementi cinematografici,
o semplicemente dal tempo. Proprio il tempo, che alla fine degli anni ’80
diventa un elemento fondamentale della fantasy hollywoodiana, mischiando la
rilettura del maestro Richard Matheson (soprattutto “Somewhere in Time”)
con la serie dei Viaggi nel tempo di Robert Zemeckis con Michael J. Fox, il
fondamentale “Evil Dead” di Raimi, “It” di Stephen King
e le teorie di Stephen Hawking, tutti testi ovviamente citati da “Donnie
Darko” al pari della musica dei Duran Duran, degli Inxs, di Echo &
the Bunnymen quasi a formare un corpo unico, con tanto di colti rimandi ai
Puffi e agli Hungry Hungry Hippoes, ma senza sbavature sentimentali.
Anche Kelly ci invita a fare un viaggio nel tempo. E’ il
2 ottobre del 1988. A cena, nella cittadina di Middlesex, la famiglia Darko
discute delle prossime elezioni americane. “Io votero’ per Dukakis”
ci dice Elizabeth, la sorella di Donnie, pronta a fare infuriare il padre
che pensa che Bush senior tagliera’ le tasse. Piu’ tardi, in piena
notte, Donnie, che cura la sua schizofrenia con delle pillole che prende davanti
allo specchio come James Mason prendeva il cortisone in “Bigger than
Life” di Nicholas Ray, viene svegliato da un gigantesco coniglio di nome
Frank che gli rivela che il mondo finira’ tra 28 giorni, 6 ore, 42 minuti
e 12 secondi.
La mattina dopo si ritrovera’ spostato se non nel tempo,
almeno nello spazio, visto che si ritrova in mezzo alle buche del campo di
golf cittadino, ma miracolosamente incolume dal momento che il reattore di
un aeroplano e’ misteriosamente precipitato nella sua stanza.
Tutto quello che segue e’ un viaggio nella provincia americana
del tempo, un misto di reaganismo, new-age, piccolo fascismo quotidiano, con
Donnie che, come il bambino di “Shining” non solo parla con un amico
immaginario, che lo induce pero’ a compiere atti terribili come allagare
la scuola o dar fuoco alla casa di una specie di predicatore intollerante,
ma vede oltre, capisce, comprende, inizia a amare per la prima volta una ragazza
che non conosceva.
Nei ventotto giorni che lo separano alla fine del mondo, Donnie
ha il tempo di fare chiarezza dentro di se’ e dentro il mondo che lo
circonda. Il suo e’ un viaggio mistico verso la luce, lui che e’
scuro gia’ nel nome, Dark, ma senza nessuna complicazione cattolica (anche
se nella sale dove vede “Evil Dead” danno anche “The Last Temptation
of Christ” di Martin Scorsese). Anzi. La sua crescita e’ fatta di
scelte, molto laiche. Donnie vede il mondo e decide come puo’ salvare
il mondo che ama.
Uscito nel gennaio 2001 al Sundance in versione lunga (165’)
e poi nell’ottobre dello stesso anno in versione ridotta dopo il crollo
delle Twin Towers, in qualche modo “Donnie Darko” e’ un film
che aveva previsto un po’ troppo dell’America e dei suoi mali. Ritenuto
scomodo e un po’ imbarazzante, triste anche se non sconfittista, e’
stato recuperato subito nel culto giovanile in versione dvd e nelle proiezioni
di mezzanotte prima dell’ultimo rilancio a Venezia come “director’s
cut”, con molte scene della prima versione reinserite.
Quella che esce in Italia e’ in realta’ la versione
ridotta, ma poco toglie alla forza di quest’opera prima cosi’ ricca
e complessa che lo pone dalle parte di “Twin Peaks” e “Mullholland
Drive” proprio perche’ invita il suo pubblico a entrare dentro l’universo
dei personaggi, a sezionare la storia e a ricostruirla. Kelly, non ancora
trentenne, ha gia’ pronto un film da produttore, “The Box”,
tratto guarda un po’ da un racconto di Richard Matheson con la regia
di Eli Roth (“Cabin Fever”), uno come sceneggiatore per la regia
di Tony Scott, “Domino”, con Keira Knitghley, la vita della figlia
dell’attore Laurence Harvey che da modella divenne cacciatrice di taglie
e uno come regista, “Souhtland Tales”, cronaca di tre giorni fatali
a Los Angeles prima del 4 luglio con un’ondata di caldo anomalo. Ambientato
nel 2008, l’anno delle nuove elezioni americane.